I 100 anni del Pci padovano: Rossi in terra Bianca

di Andrea Colasio  (testo tratto da C. Amedei e A. Naccarato, Una Storia nella storia. Il Pci di Padova 1921-1991, Il Prato, Padova, 2021)

Livorno: 21 gennaio 1921. Dopo che la maggioranza del Partito socialista, durante i lavori del XVII Congresso, aveva rifiutato la proposta di adesione ai 21 punti dell'Internazionale comunista, i delegati che avevano sostenuto la proposta di Bordiga e Terracini uscirono in gruppo dal Teatro Goldoni. Cantando l'Internazionale si diressero al Teatro San Marco della medesima città toscana: era la genesi del Partito Comunista d'Italia, sezione nazionale dell'Internazionale comunista.

Nei giorni precedenti, in preparazione della scissione, vi era stata a Padova tutta una serie di incontri tra piccoli nuclei di militanti socialisti e Amedeo Bordiga. Nel suo diario Giuseppe Schiavon, uno dei primi referenti politici locali del costituendo partito, delineava un sintetico profilo di quella ventina di militanti che avevano costituito, sin dall'8 gennaio precedente, il primo nucleo degli scissionisti: li raffigurava come dei veri e propri ribelli, più che dei "rivoluzionari", molti dei quali avrebbero poi seguito i percorsi politici più disparati[1].

Sono trascorsi, appunto, i fatidici 100 anni da quella nascita. Sullo sfondo la grande Rivoluzione d'Ottobre, Lenin e il Partito rivoluzionario, l'Armata rossa, la costruzione dell'Urss: il vero e proprio consolidarsi del mito sovietico.

Va detto con chiarezza: gli eredi di quella storia hanno cambiato pelle più volte e hanno saputo anche accettare con beneficio d'inventario il patrimonio che costituiva il loro asse ereditario. Il "partito nuovo" di Togliatti, la partecipazione alla Resistenza di decine di migliaia di quadri di quel partito, la stesura della Carta Costituzionale hanno segnato momenti di grande discontinuità rispetto alla matrice originaria e ai suoi stessi miti fondativi. Distacco dalle origini e progressiva autonomia dall'Urss scandita da tappe significative: nel 1956, quando l'VIII Congresso delineò la via nazionale al socialismo, cui seguì però la mancata condanna per l'invasione ungherese; nel 1968, quando la Direzione si dissociò dall'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia, che pose fine alla Primavera di Praga; nel 1976, con la dichiarazione sulla positività dell'ombrello difensivo della Nato; nel 1978, quando Berlinguer, tra i promotori dell'euro-comunismo, aveva dichiarato l'esaurimento della "spinta propulsiva" della Rivoluzione d'Ottobre; nel 1981, con lo "strappo" di Berlinguer in occasione del golpe polacco del generale Jaruzelski, fino al fatidico 1989, quando Occhetto, tre giorni dopo il crollo del Muro di Berlino, decise, con il suo discorso alla Bolognina, di sciogliere ogni legame simbolico con l'Urss, il cui impero si stava dissolvendo, cambiando anche il nome al partito, chiudendo così definitivamente quel ciclo politico[2].

Quali sono allora le ragioni che oggi, a 100 anni dalla genesi del Pcd'i possono motivare la realizzazione di una Mostra dedicata a quella controversa vicenda politica? Nel 2021 il Pci, erede di quella scissione, appartiene oramai da qualche decennio esclusivamente alla storia. L'Urss, che di quella genesi era stata la matrice politica e la fonte primaria di legittimazione, non solo non esiste più, ma anche la sua stessa memoria appartiene a un passato, segnato da processi di vera e propria rimozione. L'intero patrimonio materiale e immateriale, i simboli, le bandiere di quella grande e a volte tragica epopea appartengono oramai agli archivi della storia, depositi della memoria destinati tutt'al più a produrre nel tempo ulteriori analisi e tentativi di lettura del fenomeno comunista: dei suoi momenti eroici, così come dei suoi drammi.

Credo però che una risposta plausibile alle ragioni che motivano questa Mostra, che, nelle intenzioni degli organizzatori, non vuole essere retoricamente celebrativa, ma documentale, risieda nella natura più profonda di quello che quel partito fu: nel bene e nel male.  Il Pci è stato infatti un attore politico oltremodo complesso: non solo centrale, per diversi decenni, nella conformazione del sistema politico italiano, ma anche oggetto, come pochi altri, di studi e analisi storiche e politologiche. Ma, e torniamo a questa Mostra, il Pci, e nello specifico il partito padovano, è stato innanzitutto un rilevante fenomeno collettivo. Un soggetto politico artefice di una grande storia corale dove si sono intrecciate biografie politiche diverse, vicende e drammi personali, conflitti infra-organizzativi e conflitti sociali, amministrazione di città e organizzazione di braccianti e operai, lotte per l'estensione dei diritti, tra cui quello della partecipazione delle donne alla sfera politica. Tutto questo, e molto altro, ha segnato la storia di questo attore sociale, nel quale si sono incrociate molte generazioni politiche. Quale che sia il giudizio sui limiti di quell'esperienza politica e culturale, la vicenda dell'organizzazione comunista costituisce un pezzo rilevante della storia sociale del nostro Paese e, nello specifico, del territorio padovano. Una vicenda che, considerato il tempo trascorso, e l'estraneità, oramai, rispetto al dibattito e al confronto politico attuale, può essere considerata e analizzata con il giusto distacco. Il vecchio Pci, a seconda dell'angolo prospettico con cui lo si viveva o lo si osservava, motivò infatti grandi speranze e coltivò gigantesche illusioni, così come generò enormi timori in parte rilevante della popolazione italiana. La cultura comunista, così come quella che, con varie modalità, espresse l'anticomunismo fanno parte oramai di una medesima storia nazionale. La stessa storia padovana, pur segnata per decenni dalla presenza di un partito cattolico dominante, la Dc, non potrebbe essere oggi raccontata compiutamente senza scandagliare il ruolo e le funzioni dei comunisti padovani.

Come scriveva il mio vecchio maestro, Georges Lavau, il partito comunista, al di là e oltre all'ideologia manifesta, ha svolto un preciso ruolo sociale, che, con formula sintetica, chiamò "funzione tribunizia"[3]. Anche il Pci padovano, nei suoi lunghi anni di vita, è stato vettore e interprete di questa funzione: dando voce a migliaia di soggetti socialmente "marginali", dando loro dignità, orgoglio di appartenere a un gruppo politico che predicava il "socialismo", l'emancipazione sociale, coltivando speranze di miglioramento e di crescita individuale e collettiva, di vero e proprio riscatto, come nel caso dei braccianti della bassa, costretti spesso a lavorare in condizioni disumane. Certo, coltivò anche miti rivelatisi poi regressivi e elusivi della vera e propria tragedia rappresentata dal comunismo sovietico: il mito dell'Urss come Paese del socialismo, il mito staliniano, lo stesso mito del partito rivoluzionario, tutte costruzioni ideologiche al servizio della politica di potenza dello stato sovietico, destinate a cozzare e a infrangersi inesorabilmente sugli scogli della storia.

Pur consapevoli di questa cornice entro cui va posto il fenomeno comunista, va precisato come il Pci, in modo più accentuato rispetto ad altri partiti comunisti occidentali, presentasse tuttavia una particolare fisionomia, che si poteva articolare attorno a tre distinte dimensioni analitiche. L'identità comunista non era infatti univocamente desumibile da un omogeneo e invariante statuto teleologico, ma ruotava attorno ad un gioco complesso tra la "legittimazione esterna", il legame genetico con l'Urss e quindi la dimensione "internazionalista", la dimensione "organizzativa" con tutto il suo corredo rituale e il suo mutevole sistema funzionale e la dimensione "societale", che rinviava ai gruppi sociali di riferimento e al modo in cui il partito si veniva a configurare come vettore identitario di tali mondi[4]. Tre distinte dimensioni in relazione sistemica tra loro: a seconda delle diverse fasi storiche si poteva registrare il prevalere di una dimensione rispetto alle altre. Nella prima fase genetica, quella della scissione di Livorno, il partito era poco più che una setta, dove l'esiguità organizzativa e la debolezza della presa sociale facevano giocare un ruolo di tutto rilievo alla dimensione teleologica: con una struttura organizzativa ristretta e una base militante la cui partecipazione politica era retribuita con il ricorso prevalente a incentivi di tipo simbolico e ideologico.

Senza la riemergenza e il vero e proprio nuovo inizio segnato nel 1944 dalla svolta di Salerno la vicenda del vecchio Pci sarebbe stata relegata ai margini della storia politica nazionale. Con la "svolta" si delineava la costruzione di un modello di partito in forte discontinuità rispetto ai canoni tradizionali del partito bolscevico. Il "partito nuovo", per quanto costitutivamente segnato dall'essere pur sempre un'articolazione periferica del movimento comunista internazionale, gettò le basi che permisero al gruppo dirigente di delineare una sua, pur condizionata, autonomia politica[5]. Autonomia che crebbe negli anni, configurando il Pci come parte sempre più rilevante della società italiana. Un partito segnato da un interscambio continuo con il suo ambiente e le sue trasformazioni: fino a cortocircuitare per l'incongruenza tra esigenze funzionali legate al suo essere attore del sistema politico nazionale e le scorie, le persistenze del suo modello genetico, in primis la legittimazione esterna, il "legame di ferro" con l'esperienza sovietica. 

Dal partito nuovo alla "stretta organizzativa" 

Inequivocabilmente la formula politica del "partito nuovo" rappresentò uno degli aspetti più significativi della nuova strategia politica del Pci. Nel giugno del 1943, nel quadro della Grande alleanza contro il nazi-fascismo, l'Urss aveva sciolto la III Internazionale, considerata uno strumento della sua politica aggressiva nei confronti delle democrazie occidentali. Partito nuovo e "svolta di Salerno" si venivano così a delineare come delle opzioni strategiche con cui Togliatti declinava compiutamente nello scenario italiano il margine di manovra che gli era consentito dalle condizioni delle relazioni internazionali tra le due super-potenze della Guerra fredda.

Nei suoi vari interventi pubblicati su Rinascita e nelle prime assemblee con i quadri del partito, cui partecipava nelle varie città dell'Italia progressivamente liberata, Togliatti aveva sottolineato più volte come il "partito nuovo", di cui delineava l'identità in termini di partito "nazionale", di "governo" e di "massa", si fosse venuto a configurare in termini di radicale discontinuità rispetto alla concezione del partito rivoluzionario di quadri, orientato all'insurrezione rivoluzionaria, cui molti dirigenti e militanti erano stati socializzati e che aveva costituito a lungo il loro specifico orizzonte di riferimento politico e simbolico[6].

Le innovazioni togliattiane venivano recepite in modo molto eterogeneo tra la base militante e all'interno dello stesso gruppo dirigente: emblematiche le reazioni negative di Scoccimarro. Non è casuale che, pur in situazione di piena clandestinità, il gruppo dirigente del partito dovette procedere, tra il 5 e il 7 novembre del 1944 alla più grande riunione di quadri mai tenutasi fino a quel momento nell'Italia occupata: la conferenza dei triumvirati insurrezionali. Si trattava di socializzare la "leva dell'insurrezione" alle nuove direttive, ma non meno problematica era la necessità di riallineare la "vecchia guardia" al nuovo scenario. Il partito nuovo, le prospettive insurrezionali, il permanere o meno nel lungo periodo dell'alleanza tra le grandi potenze, la fiducia nei confronti dell'Armata rossa e dell'esercito iugoslavo, che alcuni auspicavano potesse arrivare fino al Po: questi i temi del confronto tra il Centro interno e i triumviri. Ma il tema più divisivo era quello della "democrazia progressiva". Come riportano i verbali dell'incontro del Comitato Federale di Padova, tenutosi poco dopo l'incontro di Milano, prevalse l'accettazione della "linea del partito", ma non mancarono le riserve e i dubbi: 

Ci sono compagni che temono che il partito stia facendo una strada dove potrà perdersi; rilevano che non viene data assicurazione che arriveremo alla dittatura del proletariato[7]. 

Una latente ostilità al modello organizzativo delineato da Togliatti che, come un basso continuo, avrebbe attraversato la storia del partito padovano, costituendo una rilevante linea di frattura all'interno del gruppo dirigente locale. Una situazione che venne accentuata dal mutare del contesto nazionale e internazionale. Il partito nuovo, nei cui confronti la refrattarietà di parte dei militanti e dei dirigenti padovani era a dir poco rilevante, venne oscurato dall'ombra pesante della Guerra fredda, e dalla costituzione, nel settembre del 1947, a Szklarska Poreba, in Polonia, dell'Ufficio d'informazione dei partiti comunisti e operai: il Kominform.

Ne sarebbe conseguita quella che molti studiosi hanno definito la "stretta organizzativa": il chiudersi del partito all'interno dei suoi confini sub-culturali, con una mobilitazione incessante della base militante su campagne di prevalente contrapposizione ideologica. Laddove il Pci, a causa della forte "ostilità" ambientale, non riuscì a configurarsi come partito-società, faticando a costruire territorialmente il partito nuovo, la nuova fase accentuò il ritorno alle antiche formule, con il progressivo dissolversi dell'originaria proposta all'interno delle vecchie coordinate semantiche e politiche del "partito di tipo nuovo".

Il nodo del mancato sviluppo del partito nuovo nel padovano, così come in altri territori della sub-cultura cattolica, sarà un tema ricorrente nei rapporti tra il centro del partito e le sue articolazioni periferiche[8]. Sin dalle prime relazioni sia dei dirigenti locali, sia degli ispettori inviati dal centro, un elemento costante era infatti rappresentato da una raffigurazione dell'organizzazione del partito i cui tratti erano fortemente eterogenei rispetto alla morfologia del contesto ambientale. Significativa la relazione di Aldo Lampredi alla Conferenza d'organizzazione della federazione padovana del 12-13 ottobre 1946:Non è partito di massa come dobbiamo volere: per il numero degli iscritti, per la composizione sociale, che malgrado la mancanza di dati precisi, possiamo affermare composta in maggioranza da operai, braccianti e salariati. Pochissimi contadini, strati medi urbani, intellettuali. Donne relativamente scarse. In molte sezioni la parte più povera della popolazione[9]. 

Le elezioni del giugno 1946 avevano portato alla luce la debolezza del partito in provincia. Padova fu una delle poche province del Nord dove la Monarchia vinse il Referendum costituzionale, per quanto in città, seppur di poco, prevalse l'opzione repubblicana. Ma le elezioni misero in evidenza quello che le relazioni dei vari ispettori, inviati dal partito nei vari mandamenti provinciali, avevano appena adombrato: la preponderanza politica del mondo cattolico e della sua espressione politica, la Dc, con il conseguente confinamento del Pci in un ruolo del tutto residuale, fatte salve alcune isole rosse situate nel sud bracciantile e in alcune "cittadelle operaie"[10]. Una situazione di marginalità politica e sociale che avrebbe agevolato quello che è stato definito il circolo vizioso del settarismo: tanto più l'organizzazione era debole e ininfluente rispetto all'ambiente tanto più per garantire la sua persistenza era sollecitata, per la retribuzione del militantismo, a fare ricorso a incentivi simbolici di tipo ideologico[11].

Emblematico di questa divaricazione latente tra il modello del partito nuovo e il richiamo agli antichi miti rivoluzionari fu il conflitto che, iniziatosi nel settembre del 1945 e protrattosi per alcuni anni, vide contrapporsi alla dirigenza provinciale un gruppo "frazionista" di "vecchi compagni", che misero in discussione l'intero operato della Segreteria e dell'apparato, rivendicando il ritorno alle origini, ma anche un maggior radicamento locale nella selezione dei quadri. In sostanza per il gruppo, autodefinitosi dei "vecchi compagni", che si voleva interprete della tradizione, della memoria sedimentata nella storia organizzativa del partito, sussisteva una stretta correlazione tra il modo in cui il centro procedeva con la costruzione del partito nuovo e l'affievolirsi di quelli che reputavano i fondamenti costitutivi l'identità del partito nel quale avevano a lungo militato. Un vero e proprio cortocircuito culturale che investiva il modello di partito e la sua stessa identità ideologica. Si trattava di ripristinare l'antico ordine perduto, correggendo e integrando l'operato con cui era stato forgiato il nuovo gruppo dirigente locale. Sullo sfondo restava il vecchio modello di riferimento: quello della tradizione bolscevica. Non casualmente Giuseppe Bulla, uno dei 23 aderenti al Pcd'I nel 1921, tra i leader del gruppo, rivendicava l'allargamento del Comitato federale con l'immissione di "compagni lavoratori": i guardiani dell'identità classista del partito. Desumendola da schemi canonici postulava poi la costituzione all'interno del partito di una "Commissione economica di controllo" delle varie realtà produttive della città, che avrebbe dovuto prefigurare la conquista del potere nella società locale[12]. 

Il Processo ai Pionieri di Pozzonovo 

Parlare del Pci padovano e degli anni Cinquanta ci impone una breve nota su un episodio tra i più drammatici di quella fase di radicale contrapposizione tra i due mondi: quello cattolico e quello comunista. Una declinazione particolare della guerra fredda che travolse la vita di molti bambini e educatori. Tra i materiali della Mostra alcune tessere ricordano l'esperienza dei Pionieri italiani. Un'associazione per l'educazione e il tempo libero dedicata ai ragazzi, sul modello scoutistico, che riprendeva l'esperienza socialista dei Falken: i Falchi rossi.

Sin dalla genesi dell'Associazione dei Pionieri d'Italia, nel 1949, il mondo cattolico osteggiò la sua diffusione, convinto com'era di poter e dover disporre del monopolio dell'associazionismo educativo delle giovani generazioni. Il 28 luglio del 1950 uno speciale Monito del S. Uffizio estendeva ai Pionieri le sanzioni comminate ai comunisti dal Decreto del 1° luglio 1949, vale a dire la scomunica. Per contrastare lo sviluppo dell'Associazione, che riteneva non solo vettore di un universo valoriale diverso dal suo, poichè caratterizzato da una matrice culturale laica, ma anche espressivo di un sordido tentativo di degenerazione morale dei ragazzi, il mondo cattolico, nelle sue più alte espressioni istituzionali, iniziò una campagna mediatica tesa a delegittimare l'Associazione e i suoi dirigenti, accusati di ricorrere a strumenti quali la bestemmia e la promiscuità sessuale pur di avvicinare i ragazzi e allontanarli dalle parrocchie.

In questo anno dedicato a Gianni Rodari va ricordato come fosse proprio il grande scrittore a dirigere il giornale dell'Associazione, Il Pioniere, messo all'indice dalla Chiesa cattolica. Rodari scrisse anche il Manuale del Pioniere: una guida per gli educatori, con tutta una serie di indicazioni metodologiche sui giochi per i ragazzi. Un raro esemplare è presente in Mostra. Tra i materiali esposti è presente anche la foto di un funerale: decine di braccianti, in bici, seguono il feretro del povero Casimiro Baretta. Casimiro, un falegname di 55 anni, era il Segretario della sezione del Pci di Pozzonovo, un comune della Bassa padovana, dove in virtù della fortissima presenza bracciantile il Pci esponeva valori del tasso di adesione simili alla realtà emiliana. Nel 1946 le sinistre avevano vinto le elezioni e governavano il comune. La contrapposizione politica e culturale tra il Pci locale, gli agrari e il parroco era però radicale. Il conflitto sociale aveva assunto forme di estrema virulenza, anche a causa di certe posizioni intransigenti, espressive di una sorta di "comunismo primitivo", di cui alcuni dirigenti dell'universo bracciantile si erano fatti interpreti: erano le famose lotte per la meanda, gli scioperi a rovescio, ecc[13].

Nell'estate del 1953, in pieno clima di contrapposizione politico-elettorale, legato alla questione della "legge truffa", il parroco del Paese, coadiuvato dal cappellano e dalla superiora dell'asilo, iniziò a interrogare diversi ragazzi e bambini che frequentavano la sezione del Pci. I religiosi erano convinti che dentro quella sezione - poco meno di cinque metri per cinque - i dirigenti del partito obbligassero una trentina di bambini, in età compresa tra gli 6 e i 14 anni, a spogliarsi, a bestemmiare e poi, una volta, spenta la luce a congiungersi tra loro carnalmente, mentre il povero Casimiro Baretta accompagnava il tutto fischiando.

Da qualche anno, accuse simili venivano riportate sulla stampa diocesana e divulgate con vari opuscoli, tra cui quello famoso scritto da un prete poi diventato tra i protagonisti del modernismo cattolico: Don Lorenzo Bedeschi: I Pionieri dissacrano l'infanzia. Molte delle accuse e delle azioni che i religiosi imputavano ai dirigenti del partito di Pozzonovo - dei poveri braccianti, di solida e rigida formazione morale - erano anticipate in quel libello che costituiva un testo di formazione per la dirigenza religiosa e laicale dell'Azione Cattolica.

Quello che accadde a Padova fu però ben diverso rispetto ad altre realtà, dove l'obiettivo della delegittimazione dei Pionieri non andò oltre la semplice denuncia. Per un incredibile concorso di cause, la denuncia "morale", si tradusse in penale e sei militanti del partito vennero denunciati e processati, tra l'altro, per "atti di libidine violenti continuati", per "violenza carnale continuata", per "sequestro di persona continuato e aggravato"[14].

Si trattò dell'ultimo processo alle streghe del XX secolo. Gli imputati vennero dapprima prosciolti, per insussistenza dei fatti, poi, in appello, per insufficienza di prove. Una vicenda che, incredibilmente, resta ancora una ferita aperta per molti dei protagonisti e su cui sarebbe forse necessaria e opportuna un'ulteriore fase di confronto culturale. Certo, per capire le diverse ragioni dei vari protagonisti, ma soprattutto per rendere definitivamente giustizia a quei poveri militanti e a quei bambini, la cui vita fu segnata in profondità da quel drammatico processo. 

Dalla crisi del '56 a Viva il Leninismo 

Sin dalle fasi iniziali della costruzione del partito nuovo a Nordest, Secchia e la Commissione Centrale di organizzazione svolsero un ruolo strategico. Se Togliatti delineava scenari inediti, Secchia presidiava il territorio inviandovi quadri di provata fede terzinternazionalista. Emblematico il fatto, sin dal 1946, di far presidiare a Giacomo Pellegrini prima la realtà veneziana, poi la segreteria regionale. Dirigenti delle federazioni locali come Severino Cavazzini, Amerigo Clocchiati, Giuseppe Gaddi, Attilio Gombia, Idelmo Mercandino, Giordano Pratolomgo, Stefano Schiapparelli, Bonomo Tominez si erano forgiati nel ferro e nel fuoco della clandestinità e della lotta partigiana. Molti di loro avevano combattuto in Spagna e erano stati educati al Lux di Mosca: l'università dei "rivoluzionari di professione". Il partito nuovo, per molti di loro, era una mera variante tattica del "partito di tipo nuovo": i principi fondativi non erano negoziabili.

La crisi del '56, anche a Padova, sortì effetti di notevole turbolenza. Il rapporto segreto, la destalinizzazione, la denuncia dei crimini di Stalin, l'VIII Congresso, l'invasione dell'Ungheria, produssero effetti rilevanti sull'organizzazione padovana. L'intero universo simbolico funzionale alla retribuzione del militantismo era scosso alle fondamenta. Nelle assemblee di sezione, più ancora che nei gruppi dirigenti, traspariva una forte disillusione. Un militante operaio di una sezione padovana esprimeva così il suo disincanto: "Se il socialismo deve costarci tanto io rinuncio. Mi chiudo in casa. Io metto in dubbio il Rapporto Kruscev, se è vero mi chiudo in casa". Analogamente un altro militante operaio di Padova: "Avevo fiducia nei compagni sovietici. Questo fa male. abbiamo dovuto dar ragione agli avversari. Abbiamo sempre creduto ciecamente, poi è venuto il crollo, in pochi giorni, eppure per 11 anni abbiamo creduto. I dirigenti italiani, Togliatti sapeva, perché ci hanno educati al culto di Stalin"[15]. La crisi si riverberò in modo significativo sulla partecipazione:  la crisi della militanza si tradusse in un numero elevatissimo di defezioni, pari al 25%, e in una perdita rilevante di consenso elettorale nelle successive elezioni amministrative[16].

Il gruppo dirigente padovano si divise sul giudizio rispetto all'invasione dell'Ungheria. Ma poi, complice anche la crisi di Suez,  si ricompattò nella difesa della "patria del socialismo", pur perdendo per strada diversi militanti e prestigiosi intellettuali. Diverso il giudizio di Concetto Marchesi, convinto assertore della imprescindibile lealtà nei confronti dell'Urss. In una lettera inviata al Congresso padovano del partito era stato categorico: 

Né frenesie di nemici né perplessità o smarrimento di amici hanno potuto intaccare la saldissima compagine comunista negli indissolubili legami che ci congiungono agli operai e soldati dell'Unione Sovietica[17]. 

In realtà il '56 permise a Togliatti di procedere con una specifica "successione dei fini". Un'operazione di rimodulazione identitaria nei confronti della base militante del partito che si avvalse sia di nuove formule politiche sia della riattualizzazione di temi accantonati dalla Guerra fredda: il "policentrismo", la "via nazionale al socialismo", e lo stesso "partito nuovo", che era stato compresso e depotenziato nelle sue implicazioni politiche più innovative. Per inciso va rilevato come, nel corso del dibattito apertosi durante la crisi del '56, diversi militanti e dirigenti di sezioni di Padova si interrogarono sulla legittimità e la correttezza politica di molte espulsioni, per indegnità politica e morale, di varie personalità del partito, sacrificate da Gaddi sull'altare di una presunta "vigilanza rivoluzionaria": Nicolè, Sgarabottolo, i fratelli Turra[18].

Ma, come scriveva Amendola, per far passare la linea dell'VIII Congresso in Veneto, e a Padova, ci vollero anni. Si trattava di sostituire il gruppo dirigente legato a Secchia, oramai politicamente depotenziato. Operazione di rinnovamento che si attuò solo con la I Conferenza di organizzazione del 1959 e che vide un dirigente padovano, l'onorevole Franco Busetto, giocare il ruolo di principale fiduciario della Direzione del partito[19].

L'organizzazione padovana sarebbe tornata alla ribalta nazionale e internazionale anche per un altro episodio, emblematico delle vere e proprie resistenze culturali e politiche all'assimilazione del partito nuovo. Nel 1962 il Comitato Federale, lacerandosi al suo interno, votò a maggioranza un documento predisposto da Vincenzo Calò, vice-segretario regionale del partito e autore di due libelli dal titolo emblematico: Cuba non è una eccezione e Il potere a chi lavora[20]. Il documento, poi pubblicato in un fascicolo, Viva il leninismo, fu sconfessato dalla Direzione nazionale, che mise sotto tutela il gruppo dirigente locale. Riemergeva la mai sopita avversità al partito nuovo e a tutte le implicazioni politiche che da questa formula conseguivano: l'accettazione della via pacifica al socialismo, l'idea del partito di massa contrapposto al partito di quadri rivoluzionari, il rifiuto della "democrazia progressiva" e l'idea persistente della validità del modello rivoluzionario e della conseguente necessità della dittatura del proletariato.

Chiusure politiche di parte del gruppo dirigente padovano che si riflettevano anche sul piano delle politiche culturali. Gli stessi dirigenti che sostennero il documento di "Viva il leninismo" erano stati anche i responsabili della chiusura del Circolo culturale Il Pozzetto, una delle esperienze tra le più interessanti sul piano della produzione e diffusione culturale di quel periodo. Circolo ideato da Ettore Luccini, responsabile della Commissione cultura del partito locale e sostenuto da Franco Busetto, all'epoca Segretario provinciale, entrato poi alla Camera dei deputati nel 1958. La chiusura fu motivata dall'ultima grande Mostra organizzata nel 1959 dal Pozzetto, che ne segnò il destino: "Nuove tendenze artistiche". Vi esponevano personalità come i padovani Biasi e Massironi, tra i protagonisti del Gruppo N, Mack e Manzoni: artisti in totale dissonanza con i canoni zdanoviani del realismo socialista[21].

 Il partito negli anni Settanta e Ottanta

Dopo la lunga stasi degli anni Sessanta, gli anni Settanta segnano un vero e proprio momento di svolta nella storia del partito padovano. In termini molto sintetici si può dire che il partito, con la generazione politica dei militanti e degli iscritti che entrarono nelle sue fila tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà del decennio successivo, cambiò radicalmente pelle. Il primo timido segno di inversione nelle dinamiche organizzative si registrò proprio nel 1969, quando, si denotava l'arresto di quella tendenza che, dagli anni Cinquanta in poi, aveva visto crescere di anno in anno le defezioni e ridursi l'ingresso di nuovi aderenti. Nel 1968, in realtà, per la prima volta il partito locale scese sotto la soglia critica delle 10.000 adesioni: segnando il suo punto più basso, pari a 9.916 aderenti. Nel 1969 si registrava una timida crescita, con le adesioni che salivano a 9.985. Ma è nel corso degli anni Settanta che si registrava una crescita lineare delle adesioni: nel 1976 il partito padovano raggiungeva quota 13.497. Si rallentava la dinamica delle defezioni e cresceva il tasso di reclutamento. Si diversificava la capacità attrattiva del partito, al quale si avvicinavano soggetti che provenivano da bacini sociali e culturali inediti rispetto al profilo identitario tradizionale del partito padovano.

Mutava il profilo del militante "tipo". Molti nuovi militanti e iscritti non si formavano più esclusivamente nell'ambito della sub-cultura rossa di riferimento. Fino alla fine degli anni Sessanta la socializzazione politica avveniva infatti prevalentemente in famiglia, con il padre o entrambi i genitori iscritti o militanti del partito, per poi proseguire nell'ambito delle organizzazioni giovanili comuniste. I processi di selezione e formazione della base militante e dei nuovi gruppi dirigenti locali vedevano ora dilatarsi i territori di caccia del partito. Molti iscritti e militanti, che segnarono negli anni successivi la storia del partito locale, provenivano infatti dal mondo cattolico, all'interno del quale erano stati socializzati. Se ne allontanarono passando spesso attraverso forme di partecipazione politica extra-partitica: dai gruppi del dissenso cattolico, al movimento studentesco, dai gruppi della sinistra extra-parlamentare ai movimenti femministi.

Emblematici i dati relativi ai processi di socializzazione politica dei delegati al congresso del 1981. Mentre nelle generazioni politiche degli anni Cinquanta e Sessanta la militanza all'interno della Fgci era stata rispettivamente un passaggio obbligato per ben il 56 e il 48,7% dei delegati, nella generazione politica degli anni Settanta si scendeva al 24%. Altri e diversi stavano diventando i canali e i percorsi di avvicinamento alla militanza di quote rilevanti di delegati. Ben il 33% dei delegati del Congresso del 1981, prima di aderire al partito, aveva militato infatti in altri gruppi o movimenti politici. Solo successivamente, dopo una più o meno lunga fase di decantazione politica, si registrava la convergenza di questi attori del movimento collettivo nel partito padovano. La partecipazione a movimenti e gruppi politici esterni al Pci risultava tanto più accentuata se si consideravano i delegati per generazione politica: circa la metà dei militanti padovani entrati nel partito durante gli anni Settanta, era segnata da questo tipo di percorso. Un fenomeno, quello della convergenza nel partito di frange dei movimenti collettivi, che venne registrato da molte ricerche empiriche, in particolare nelle province bianche, dove il Pci era meno istituzionalizzato, e quindi più permeabile alle pulsioni della società locale. In diverse realtà territoriali connotate da una forte e radicata presenza della sub-cultura cattolica, come Padova, l'ingresso nel Pci non si configurava più solo in termini di "appartenenza", cioè di continuità con una fitta trama di relazioni sociali e di valori di cui era espressiva la sub-cultura rossa, ma di vera e propria "conversione". Si abbandonava un mondo, quello cattolico, per poi avvicinarsi, dopo aver esperito varie forme di partecipazione politica, al partito[22].

Gli anni Settanta segnano anche la fase in cui il Pci padovano si viene a configurare sempre più come un importante attore sociale e politico del territorio. Si assiste ad un processo di "laicizzazione" della politica, di cui il Pci è il principale beneficiario. Diversi i segnali di questo cambiamento: nel 1974, in città, la vittoria del "No" all'abrogazione delle norme sul divorzio; nel 1975, le elezioni amministrative, che aprono le liste del partito padovano a nuovi soggetti espressivi della stagione dei movimenti collettivi, e portano vari dirigenti locali alla testa di numerose amministrazioni, rompendo definitivamente l'isolamento sociale dell'organizzazione padovana. Le feste dell'Unità si configurano come dei veri e propri momenti di socialità collettiva e di incontro, che dilatano notevolmente i confini del partito: da quella provinciale, con centinaia di volontari, a quelle di quartiere e dei comuni del territorio.

Un ciclo politico espansivo destinato a chiudersi, non solo per la violenza terroristica, e per l'altra violenza, quella diffusa, che vide Padova e la Federazione locale del partito giocare un ruolo di contrasto di tutto rilievo. Il ciclo espansivo si chiuse anche per cause endogene. Il vero nodo irrisolto restava pur sempre quello rappresentato dal legame con l'identità originaria, che precludeva le potenziali strategie coalittive del partito con altre forze politiche. Nella prima metà degli anni Ottanta, proprio a Padova, si aprì un dibattito che coinvolse diversi intellettuali locali sull'opportunità di cambiare il nome del Pci[23]. Il nodo principale era costituito dall'esigenza di sciogliere radicalmente il cordone ombelicale con l'esperienza sovietica. L'oggetto del contendere era la necessità di definire compiutamente cosa avesse significato, e meglio ancora cosa potesse e dovesse implicare il rivendicare una via autonoma al socialismo. A quali esperienze ci si rifaceva? Di quale socialismo si stava parlando? Non era certo un caso che proprio pochi anni prima Norberto Bobbio avesse affrontato in due suoi famosi e discussi saggi pubblicati nel 1975 da Mondoperaio - Esiste una dottrina marxista dello Stato? e Quali alternative alla democrazia rappresentativa - il nodo della democrazia pluralistica. Il dibattito, anche quello padovano, non sortì grandi effetti. Prevalse la difesa della vecchia identità del partito e della sua storia, anche da parte di protagonisti locali da tempo sostenitori della necessità di un forte rinnovamento della stessa forma-partito.

Nel giugno del 1984, la morte, proprio a Padova, in Piazza delle Erbe, di Enrico Berlinguer, mentre teneva un comizio in vista delle elezioni europee, chiudeva simbolicamente un ciclo iniziato un decennio prima con l'elaborazione del nuovo "compromesso storico". Una stagione politica che, in realtà, aveva evidenziato i limiti politici del Pci: la sua forza, ma anche la sua ineffettualità. Di lì a pochi anni, ma solo come risposta a fattori esogeni, - l'implosione dell'Urss, il crollo del Muro di Berlino - il partito chiudeva, con il cambio del nome, il suo ciclo. Una vera e propria "mutazione genetica", rispetto ai cui esiti dirigenti, militanti e iscritti si divisero, vivendo tale cambiamento chi come necessario, chi come lacerante perdita identitaria[24]. Gruppo dirigente e base del partito, da diversi anni oramai, avevano iniziato a ridefinire i loro universi simbolici di riferimento e le stesse ragioni della militanza. Se ancora nel 1979 ben il 64,4% dei componenti i direttivi di sezione del partito padovano riteneva che in Urss si fosse realizzato il "socialismo", pochi anni dopo, nel 1990, il paese sovietico restava modello di riferimento solo per il 13% dei delegati al Congresso regionale. Nelle mappe cognitive dei militanti era oramai la Svezia che si veniva a configurare come Paese di riferimento privilegiato: ben il 54% indicava infatti la socialdemocrazia svedese come suo modello ideale[25].

Questa Mostra del Centenario ci riconduce all'interno di questa storia politico-culturale. Una storia conclusa, di cui restano tracce documentali significative e una rilevante memoria collettiva sedimentatasi in donne e uomini, che di quella vicenda sono stati, a vario titolo, protagonisti e interpreti. Una storia collettiva segnata da luci e da ombre, che il tempo trascorso permette oramai di guardare con il giusto distacco e anche con il doveroso rispetto, per quella certa idea di politica che ne costituiva comunque l'anima più profonda.

 



[1]              Cfr. G. Schiavon, Autobiografia di un sindaco, a cura di T. Merlin, Il Poligrafo, Padova, 1995. Sul punto cfr. A. Naccarato, Conquistare la libertà, organizzare la democrazia. Storia del Pci di Padova (1921-1991), Il Poligrafo, Padova, 2020, pp. 49-53.

[2]              Cfr. A. Colasio, Vento del Nordest. Storia e storie del Partito Democratico, Il Poligrafo, Padova, 2013, pp. 199-377.

[3]              Cfr. G. Lavau, Il Pcf, lo stato e la rivoluzione. Un'analisi delle politiche, delle comunicazioni e della cultura popolare del partito, in D. L.M. Blackmer, S. Tarrow (a cura di), Il Comunismo in Italia e Francia, Etas Libri, Milano, 1976, pp. 57-99.

[4]              Cfr. A. Colasio, L'identités des militants communistes italiens dans les année Cinquante: le cas de la Vénétie, Communisme, 15-16, 1987, pp. 75-87.

[5]              Cfr. S. Galante, L'autonomia possibile. Il Pci del dopoguerra tra politica estera e politica interna, Ponte alle Grazie, Firenze, 1992. Sui condizionamenti sovietici rispetto alle strategie di gioco del Pci, cfr. G. Quagliariello (a cura di), L'altra faccia della luna. I rapporti tra Pci Pcf e Unione sovietica, Il Mulino, Bologna, 1997.

[6]              Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo, Einaudi, Torino, 1975; R. Martinelli, Storia del Partito comunista italiano. Il "partito nuovo" dalla Liberazione al 18 aprile, Einaudi, Torino, 1995; G. Gozzini, R. Martinelli, Storia del partito comunista italiano. Dall'attentato a Togliatti al VII Congresso, Einaudi, Torino, 1998; G. Gualtieri (a cura di), Il Pci nell'Italia repubblicana 1943-1991, Carocci, Roma, 2001.

[7]              Cfr. E. Ragionieri, La Terza internazionale e il Partito Comunista Italiano, Einaudi, Torino, 1978, p. 397.

[8]              Cfr. A. Colasio, Pci e Veneto nel dopoguera: il mancato sviluppo del "partito nuovo", "Venetica", 4, 1985, pp. 131-160.

[9]              Cfr. A. Colasio, Vento del Nordest. Storia e storie del Partito Democratico, cit., p. 211.

[10]            Cfr. A. Colasio, L'identità comunista nella bassa padovana. La genesi dell'organizzazione, "Terra d'Este", 1991, 2, pp. 47-71. Va ricordato come il primo sindaco di Padova nella fase post-Liberazione fu proprio uno dei fondatori del PCdI, Giuseppe Schiavon. Esponenti del partito (Ambrosini, Piselli e lo stesso Schiavon) restarono in giunta fino al 1949, dopo che il Dc Crescente divenne sindaco, dopo l'estromissione del Pci dal governo e persino dopo le fatidiche elezioni del 18 aprile 1948, cfr. P. Giaretta, F. Jori, La Padova del Sindaco Crescente 1947 -1970, Il Poligrafo, Padova, 2017, pp. 69-73.

[11]            Cfr. S. Hellman, Organization and Ideology in Four Italian Communist Federations, Ph.D. Dissertation, Yale University, 1973; A. Panebianco, Modelli di partito, Il Mulino, Bologna, 1982, pp. 157-163.

[12]            Cfr. Verbale riunione del Comitato Federale con il "gruppo dei vecchi compagni", 17 settembre 1945, in ALFCPCIPD (Archivio Luccini, Fondo Colasio, Pci-Padova). Diversi anni dopo, l'8 febbraio del 1949, Giuseppe Gaddi, l'allora Segretario del partito sarebbe tornato a leggere il verbale, sottolineando le dichiarazioni di alcuni militanti e siglando il tutto con la sua firma, a voler sanzionare che l'attivistà frazionistica interna si protraeva da anni.

[13]            Cfr. T. Merlin, Democrazia cristiana e "dissenso storico" nella Bassa padovana dalla liberazione al 18 aprile, in "Materiali di Storia", 1, 1987, pp. 99-121; Id. Le lotte bracciantili nella Bassa padovana. Testimonianze, in L. Pampaloni (a cura di), 90 anni di Camera del lavoro a Padova (1893-1983), Padova, Società Cooperativa Tipografica, 1985, pp. 225-250; T. Merlin, Lotta di classe e guerra di liberazione nell'estense-montagnanese, Padova, Centro Studi Ettore Luccini, 1997.

[14]            Cfr. A. Colasio, Forme del conflitto politico nel Veneto degli anni '50. Il processo ai "Pionieri di Pozzonovo", in "Venetica", 2, 1984, pp. 40-62; A. Naccarato, Angeli o demoni i nostri bimbi?. Storia di una montatura anticomunista: il processo ai pionieri di Pozzonovo, Cierre Edizioni, Verona, 2011.

[15]            Cfr. A. Colasio, L'organizzazione del Pci e la crisi del 1956, in B. Groppo, G. Riccamboni (a cura di), La sinistra e il '56 in Italia e Francia, Liviana, Padova, 1986, pp. 69-117; A. Naccarato, Conquistare la libertà, organizzare la democrazia. Storia del Pci di Padova (1921-1991), cit. pp. 242-247.

[16]            Cfr. A. Colasio, Lo sviluppo organizzativo del Pci nel Veneto (1945-1988), Edizioni Moderne, Padova, 1986, pp. 30-43.

[17]            Cfr. la lettera di C. Marchesi in, Il Lavoratore, 7 dicembre 1956.

[18]            Cfr. A. Naccarato, Conquistare la libertà, organizzare la democrazia. Storia del Pci di Padova (1921-1991), cit. pp. 193-202.

[19]            Sui gruppi dirigenti del Pci veneto cfr. M. Fioravanzo, Elites e generazioni. Democristiani socialisti e comunisti veneti (1945-62), Franco Angeli, Milano, 2003, pp. 437-520.

[20]            Cfr. V. Calò, Cuba non è un'eccezione, Casa Editrice Longanesi, Milano, 1962. Dello stesso autore si veda anche Il potere a chi lavora, Edizioni Tipografia Moderna, Padova, 1964. Sulla vicenda di Viva il Leninismo si vedano A. Colasio, Pci e Veneto nel dopoguera: il mancato sviluppo del "partito nuovo", cit., pp. 157-158; M. Fioravanzo, Elites e generazioni. Democristiani socialisti e comunisti veneti (1945-62), cit., pp. 509-520; A. Naccarato, Conquistare la libertà, organizzare la democrazia. Storia del Pci di Padova (1921-1991), cit., pp. 253-269.

[21]            Cfr. F. Tessari (a cura di), Ettore Luccini. Atti del Convegno 26 ottobre 2010, Grafiche Turato Edizioni, Padova, 2010.

[22]            Cfr. F. Anderlini, Militanti e società nelle zone bianche e rosse, in A. Accornero, R. Mannheimer, C. Sebastiani (a cura di), L'identità comunista, Editori Riuniti, Roma, 1981, pp. 433-496; A. Colasio, I militanti comunisti nel Veneto degli anni Ottanta: un profilo sociologico, Edizioni Moderne, Padova, 1986.

[23]            Il dibattito fu aperto da un intervento dello scrittore padovano Camon, cfr. F. Camon, Quel vecchio simbolo glorioso oggi è soltanto un ostacolo, in "Il Mattino di Padova", 12 settembre 1985. Per il confronto che ne seguì, cfr. A. Colasio, Vento del Nordest. Storia e storie del Partito Democratico, cit. pp. 324-325.

[24]            Cfr. A. Colasio, Crisi e trasformazione di un sistema organizzativo, "Il Progetto", 61/62, 1991, pp. 9-16; P. Ignazi, Dal Pci al Pds, Il Mulino, Bologna, 1992. 

[25]            Cfr. A. Colasio, Vento del Nordest. Storia e storie del Partito Democratico, pp. 320-321. Rimodulazione identitaria sottolineata al tempo dalla stampa locale, cfr. F. Jori, Sognando la Svezia, "Il Gazzettino", 29 settembre 1990.